Autismo o autismi?

Approfondimento Sviluppo Cognitivo
📅 Aprile 2025
⏱️ 8 min di lettura

Autismo o autismi? Per un cambio di paradigma che non possiamo più rimandare

Aprile. Il mondo si tinge di blu. I palloncini salgono in cielo. E io mi trovo di nuovo a fare i conti con una domanda che non riesce a stare ferma: di cosa stiamo parlando, esattamente, quando diciamo “autismo”? Perché ogni aprile mi trovo nella testa e nel cuore di realtà inconciliabili — chi celebra la propria neurodiversità come un dono, e chi maledice ogni mattina i limiti che fanno soffrire il proprio figlio. Entrambe le realtà sono vere. Ed è proprio questa verità doppia, contraddittoria e irrisolvibile, che dovrebbe dirci qualcosa di importante.

Quadrato blu con ribbon arcobaleno, simboli della consapevolezza sull'autismo

I numeri che non possiamo ignorare

Partiamo dai fatti. Il CDC americano — l’equivalente del nostro Istituto Superiore di Sanità — ha aggiornato nel 2025 il tasso di prevalenza dell’autismo negli Stati Uniti a 1 bambino su 31. Qualche anno fa era 1 su 36. Prima ancora, 1 su 54. La curva sale, e sale in modo costante.

In Italia i dati ufficiali parlano di 1 bambino su 77 nella fascia 7-9 anni. Un numero già enorme. Ma il sito del Ministero della Salute cita ancora le statistiche americane del 2021. Non quelle del 2023, non quelle del 2025. È un dettaglio che dice già molto su quanto seriamente stiamo guardando in faccia questo problema.

📊 L’escalation in numeri

USA 2020: 1 su 54
USA 2023: 1 su 36
USA 2025: 1 su 31
Italia (dato ufficiale): 1 su 77 (fascia 7-9 anni)
Per renderlo concreto: in Italia nascono circa 1.100 bambini al giorno. Usando anche solo i dati italiani più conservativi, ogni giorno almeno 14 di quei bambini riceveranno una diagnosi nello spettro autistico nel corso della loro vita. Ogni tre classi di scuola elementare, un bambino diagnosticato.

La risposta più comoda, quella che circola di più nei corridoi accademici, è che non si tratti di un vero aumento. Che i numeri salgano perché i criteri diagnostici si sono allargati, perché la consapevolezza è cresciuta, perché i bambini che un tempo non venivano diagnosticati oggi lo vengono. C’è del vero in tutto questo. Ma nella mia esperienza clinica — e in quella di molti colleghi — questa spiegazione non basta. I bambini con autismo grave che vediamo nelle scuole non si spiegano con un cambiamento di criteri. Quei bambini ci sono, ci sono sempre stati e sembrano essere sempre di più. Ed è sbagliato, oltre che disonesto, non dirlo.

Quando lo spettro diventa troppo largo per avere senso

Nelle scorse settimane ha fatto rumore una presa di posizione di Uta Frith, una delle psicologhe che più ha contribuito a costruire la nostra comprensione dell’autismo. Frith — che era stata tra i sostenitori dell’unificazione delle diagnosi sotto l’etichetta unica di “disturbo dello spettro autistico” nel DSM-5 del 2013 — ha dichiarato di non credere più nell’esistenza dello spettro come categoria clinicamente utile. Lo spettro, dice, si è allargato fino al punto di rischiare di collassare su se stesso.

Non la considero la mia autrice di riferimento sull’autismo, e alcune delle sue posizioni storiche le ho trovate discutibili. Ma su questo punto specifico dice qualcosa che merita di essere ascoltato: “La gente è ancora attaccata all’idea che ci sia qualcosa che unisce tutte le persone che hanno una diagnosi di autismo. Io non lo credo più.”

💡 Chi è Uta Frith e perché conta

Uta Frith è una psicologa tedesca formatasi a Londra, autrice di ricerche fondamentali sullo sviluppo cognitivo nell’autismo, tra cui la teoria della mente applicata all’ASD. È stata una delle figure che hanno spinto per l’unificazione diagnostica sotto il “disturbo dello spettro autistico” nel 2013. La sua recente inversione di rotta — lo spettro è troppo ampio — ha scatenato un dibattito acceso nella comunità scientifica e tra le persone con diagnosi.

Il rischio concreto di uno spettro che include tutto — dal bambino non verbale che ha bisogno di supporto continuo, all’adulto con altissime competenze che semplicemente vive e pensa in modo diverso — è duplice. Da un lato si rischia di invisibilizzare le situazioni di grave compromissione, quelle famiglie che ogni giorno portano un peso enorme e che hanno bisogno di risorse, servizi, prese in carico reali. Dall’altro, si rischia di costruire una ricerca scientifica così aspecifica da diventare inconcludente: se studi “l’autismo” ma dentro quella parola ci sono trenta condizioni diverse con basi biologiche diverse, i risultati che ottieni non parlano a nessuno nel modo giusto.

Il problema non è la diagnosi. È il paradigma.

La questione di fondo — quella che mi accompagna da anni — è che non esiste un’identità biologica o anatomica dietro la diagnosi di autismo. Non c’è un marcatore. Non c’è un’alterazione specifica e univoca che si possa misurare. Quello che chiamiamo “autismo” è in realtà la verifica di un elenco di sintomi, l’osservazione di comportamenti atipici con intensità estremamente variabile. Un quadro clinico che può essere prodotto da combinazioni molto diverse di problematiche genetiche, metaboliche, immunologiche, intestinali, neurologiche, senso-motorie.

Non sono due autismi uguali perché, probabilmente, non c’è un unico autismo. Ci sono molti autismi — o forse, sarebbe più preciso dire, molti percorsi di neurosviluppo che convergono verso sintomi simili attraverso strade diverse.

🔄 Verso un modello di continuità del neurosviluppo

Da tempo sostengo che serve un cambio di paradigma radicale. Non una diagnosi categorica che divide il mondo in “autistici” e “non autistici”, ma un modello che legga il neurosviluppo come un continuum — con variabili multiple, traiettorie diverse, punti di forza e di fragilità che si intrecciano in modo unico in ciascuna persona. Un modello che permetta di supportare le neurodivergenze senza necessariamente costringere ogni bambino in un’etichetta, e che al tempo stesso non dimentichi mai la specificità e la gravità delle situazioni più compromesse.

Cosa significa questo per la ricerca

Se l’autismo non è una categoria biologica omogenea, allora la ricerca che lo studia come tale rischia di girare in tondo. Ogni mercoledì di questo aprile pubblicheremo su Neurosviluppo.it la recensione di uno studio scientifico recente — sul movimento, sul microbioma, sul linguaggio. Studi che guardano a pezzi specifici del puzzle, non all’etichetta generale.

È questo il tipo di ricerca che ha senso fare: non “cos’è l’autismo”, ma “cosa succede in questo bambino, in questo sistema nervoso, in questo intestino, in questo corpo”. Domande più piccole, ma risposte più vere.

E nel frattempo — mentre la ricerca avanza — quello che non possiamo permetterci è di voltarci dall’altra parte davanti ai numeri. Un bambino su 31. Non sono statistiche. Sono persone. Sono famiglie. Meritano risorse serie, ricerca seria, e una società che smetta di rispondere soltanto con i palloncini blu.

⚠️ Una nota sulla sensibilità di questo tema

Le posizioni espresse in questo editoriale riflettono l’esperienza clinica e il punto di vista dell’autore, e non intendono sminuire né le esperienze delle persone autistiche che vivono positivamente la propria neurodiversità, né il valore dei progressi diagnostici degli ultimi decenni. L’obiettivo è aprire un confronto necessario — con rispetto per tutte le realtà che questa parola contiene.

📚 Riferimenti

Maenner, M. J., et al. (2023). Prevalence and Characteristics of Autism Spectrum Disorder Among Children Aged 8 Years — Autism and Developmental Disabilities Monitoring Network. MMWR Surveillance Summaries, 72(2). CDC, 23 marzo 2023.

Aggiornamento 2025: CDC, Autism and Developmental Disabilities Monitoring (ADDM) Network. Tasso aggiornato: 1 su 31 bambini di 8 anni (2025).

Frith, U. (2024). Citazione e commento riportati da: Vita.it, “Contrordine, lo spettro è troppo ampio. La tesi shock di Uta Frith, esperta mondiale di autismo.” vita.it

Fonte dati italiani: Ministero della Salute. salute.gov.it