Non dire niente non significa non avere niente da dire: quello che la ricerca conferma su linguaggio e intelligenza nell’autismo
Chi lavora ogni giorno con bambini autistici lo sa benissimo: il silenzio non è assenza. Dietro un bambino che non parla c’è spesso un mondo interiore ricco, una comprensione che supera di gran lunga quello che riesce ad esprimere. Non è una scoperta — è una certezza clinica. Eppure, nel 2023, un gruppo di ricercatori dell’Università di Boston ha dovuto studiarlo, misurarlo e pubblicarlo su una rivista scientifica per farlo diventare ufficiale. Perché fuori dai nostri studi, quella certezza non è ancora arrivata ovunque.
Una ricerca che dice quello che già sappiamo — e per questo è necessaria
Yanru Chen e colleghi del Center for Autism Research Excellence di Boston hanno analizzato i dati di quasi 1.600 bambini e adolescenti autistici con scarse competenze verbali. La domanda era semplice: un bambino che parla poco — o non parla affatto — capisce quello che gli si dice?
La risposta, per chi lavora in questo campo, è quasi banale: spesso sì, molto di più di quanto le sue parole lascino intuire. Ma la ricerca ha il merito di metterci un numero sopra. 1 bambino su 4 tra quelli minimamente verbali mostra competenze di comprensione significativamente superiori a quelle espressive. In altre parole: capisce molto più di quanto riesce a dire.
💡 Il problema non è la comprensione. È il canale.
Pensate a una persona che capisce perfettamente una lingua straniera, ma non riesce ancora a parlarla fluidamente. Il problema non è l’intelligenza, né la comprensione — è il canale di uscita. In molti bambini autistici non verbali, il linguaggio recettivo (capire) e quello espressivo (parlare) seguono percorsi di sviluppo separati, con tempi e difficoltà proprie.
Abilità motorie e sociali: i ponti verso la parola
Lo studio ha rivelato anche un secondo dato molto utile per chi progetta interventi: i bambini con migliori abilità motorie e sociali avevano maggiori probabilità di comprendere il linguaggio parlato, anche in assenza di produzione verbale. Non è un caso. Il movimento, la coordinazione, l’attenzione condivisa — tutto questo fa parte di un sistema integrato di sviluppo che non si può isolare dalla parola.
È un’altra conferma di qualcosa che vediamo in clinica: lavorare sul corpo, sul movimento, sulla relazione non è un percorso parallelo al linguaggio — è spesso la strada che ci porta fino a lui.
🔬 Lo studio in numeri
Autrice principale: Yanru Chen, PhD — Boston University Center for Autism Research Excellence
Partecipanti: ~1.600 bambini e adolescenti autistici con basse competenze verbali
Età media: ~9 anni
Strumenti: Report genitoriali + misure standardizzate del linguaggio
Risultato chiave: Il 25% mostra comprensione del linguaggio superiore alla produzione
Presentazione: Conferenza INSAR, Stoccolma, maggio 2023
Una nota metodologica importante
La ricercatrice ha sottolineato un punto che vale la pena evidenziare: i report dei genitori si sono rivelati più utili delle misure standardizzate nel cogliere le variazioni linguistiche in questa popolazione. Non sorprende. I test standardizzati sono progettati per bambini che rispondono in modo convenzionale — e i bambini autistici non verbali spesso non rientrano in quel profilo.
È una critica implicita agli strumenti valutativi tradizionali: se usi un metro progettato per misurare altro, rischi di non vedere quello che hai davanti. E sottovalutare un bambino non è un errore neutro — ha conseguenze reali sugli interventi che gli vengono offerti.
💡 Linguaggio recettivo vs. espressivo
Il linguaggio recettivo è la capacità di comprendere ciò che gli altri dicono — ascoltare, elaborare, dare senso alle parole. Il linguaggio espressivo è la capacità di produrre parole, frasi, comunicazione verbale. Nei bambini tipici queste due competenze si sviluppano in parallelo. In molti bambini autistici — ma anche in altri profili di neurodivergenza — possono divergere significativamente: comprensione alta, produzione molto limitata. Confondere l’assenza di parole con l’assenza di pensiero è uno degli errori più costosi che si possano fare.
Cosa cambia, in pratica
Le raccomandazioni della ricercatrice Chen ai clinici e agli educatori sono chiare: semplificate il linguaggio che usate, ma non semplificate le aspettative sull’intelligenza del bambino. Usate istruzioni brevi e dirette. Affiancate le parole con supporti visivi, dimostrazioni, gesti. Non perché il bambino non capisca — ma perché così capisce meglio.
C’è una differenza sottile ma fondamentale tra parlare a un bambino come se non capisse, e parlargli in modo che capisca di più. Il primo approccio impoverisce la relazione. Il secondo la apre.
Connie Kasari, presidente eletta della International Society for Autism Research, ha commentato lo studio con parole che vale la pena ricordare: per troppo tempo i bambini minimamente verbali sono stati esclusi dalla ricerca perché non comunicavano in modo convenzionale. È una forma di discriminazione. E una perdita — per loro, e per la nostra comprensione dell’autismo.
⚠️ Una riflessione per chi valuta
I risultati di questo studio invitano a rivedere con attenzione critica l’uso di test standardizzati con bambini autistici non verbali. Un punteggio basso in un test che richiede risposte verbali non misura l’intelligenza del bambino — misura il suo accesso a quel particolare formato di valutazione. La differenza non è secondaria: da essa dipendono diagnosi, prognosi e scelte terapeutiche.
📚 Fonte
Chen, Y., et al. (2023). Presentazione alla conferenza annuale della International Society for Autism Research (INSAR), Stoccolma, maggio 2023. Ricerca condotta presso il Center for Autism Research Excellence, Boston University. Corrispondenza: yanru.chen@bu.edu
Notizia fonte: Thompson, D. (4 maggio 2023). Kids with nonverbal autism may still understand much spoken language. Medical Xpress / HealthDay News.
Ripreso anche da: Autism Research Review International, Vol. 37, No. 2, 2023.

